Aggiornamenti sulla repressione anti-anarchica e alcune lettere dalle carceri

(ottobre 2020)

Ricevuto 22/10/2020 via malacoda.noblogs.org

Aggiornamenti sulla repressione anti-anarchica e alcune lettere dalle carceri (ottobre 2020)

Pubblichiamo qui di seguito una serie di aggiornamenti sulla repressione anti-anarchica e tre scritti dalle carceri. Dal 19 ottobre 2020 è in corso uno sciopero del carrello – iniziato da Juan e Nico, anarchici imprigionati nel carcere di Terni – uno sciopero che durerà due settimane, in solidarietà con gli anarchici imprigionati, in particolare con i compagni Davide Delogu e Giuseppe Bruna, che si trovano in gravi situazioni di isolamento, e per la difesa e la propagazione delle pratiche di solidarietà messe sotto accusa nelle operazioni repressive anti-anarchiche.

Inoltre dal 24 ottobre l’anarchica Natascia Savio, imprigionata per l’operazione «Prometeo» dal 21 maggio 2019, inizierà uno sciopero della fame contro la censura della corrispondenza e le condizioni cui è sottoposta nel carcere di Piacenza.

Per gli indirizzi degli anarchici imprigionati nelle carceri dello Stato italiano e nel mondo, assieme ad informazioni sulle operazioni repressive anti-anarchiche, consultare questa pagina: https://malacoda.noblogs.org/anarchici-imprigionati/


«Un anno, due mesi e 24 giorni». Scritto di Natascia dal carcere di Piacenza sullo sciopero della fame che inizierà sabato 24 ottobre 2020

Un anno, due mesi e 24 giorni.

È il tempo che è trascorso dal mio arrivo a Piacenza, tempo pieno di vuoto, tempo speso ad addomesticare tutti i propri sensi, nella sperimentazione di un’autodisciplina che permetta di trasformare alchemicamente lo spreco di una vita in esperienza formativa. Non ho mai cercato il conflitto, nonostante la quotidianità, qui, sia la riproposizione costante di occasioni di scontro; ove abbia opposto le mie ragioni a questo sistema di neutralizzazione dell’individuo, ho cercato di farlo con “educazione”, nel forzato rispetto dei ruoli, tentando di fare mie, o se non altro mie armi, quelle stesse illogiche dinamiche che i carcerieri issano a propria bandiera: regole, diritti, doveri, protocolli. E non lo dico certo per farmene un vanto, tutt’altro: ma l’esperienza umana, in galera, è talmente distante da un qualsivoglia buon senso, senso comune, o semplicemente senso qualsiasi, che bisogna giocare la partita anche sapendo bene che è truccata. E ciò nonostante è stato inevitabile, con il solo riaffermare e preservare la mia dignità, il crearsi di un rapporto di manifesta inimicizia con alcuni graduati e dirigenti di questa prigione, senza stupore e senza sforzo, per gli stessi ruoli assegnatici dalla natura e i posti a sedere assegnatici dalla vita e dalle scelte personali. E dunque la solerzia di alcune guardie particolarmente comprese nel proprio ruolo, calorosamente spalleggiate dalla comandante dell’istituto, ha fatto sì che i contenuti della mia corrispondenza privata, anche scaduto il primo provvedimento di censura nel dicembre 2019, privati non [ne] fossero mai, in barba a ciò che dice il codice penale. Particolare dispetto suscitavano immagini iconiche e A cerchiate, a riprova della profondità d’analisi che caratterizza il loro operato sempre, per non parlare delle esplicite manifestazioni di solidarietà. Ben fragili e miseri devono essere “l’ordine e la sicurezza dell’istituto” (questa la motivazione in calce ai trattenimenti) se una cartolina o la foto di una scritta su un muro li possono mettere in pericolo. È stato dunque su sollecito del carcere di Piacenza, se non dietro sua esplicita richiesta (questo non lo posso sapere) che il 16/09/2020 mi viene notificato un secondo provvedimento di censura della durata di sei mesi firmato dal GIP. Ho scelto di ricorrervi tramite avvocato, ed ancora una volta fare buon viso a cattivo gioco, e attendere pazientemente che fissino una data per il ricorso, e tutta la trafila. Nel frattempo però, ai miei carcerieri sembra passata la voglia di fare il loro lavoro, e così l’ufficio comando, che si occupa della mia posta, se si fa vedere lo fa una volta a settimana, o anche più raramente. La posta in uscita non esce, quella in entrata si accumula sulle loro scrivanie. Perfettamente in linea con lo spirito da statali pressapochisti con cui dirigono l’intero carcere, e ad ulteriore conferma (se mai ce ne fosse bisogno) del carattere punitivo e ritorsivo del provvedimento, visto che quello che scrivo/ricevo in fondo non interessa neanche. Ben altro ci vuole per fiaccare il mio morale, ma è particolarmente irritante il fatto che nel non-luogo teoricamente deputato ad insegnarci a viva forza il rispetto della legge, i loro codici valgano quanto la carta straccia, ed è a mio avviso sbagliato tacere l’arbitrarietà ignorante con cui fanno il loro brutto mestiere.

Per questo motivo, e visto che le circostanze non lasciano intravedere un cambiamento di rotta, ho deciso che inizierò uno sciopero della fame a partire da sabato 24 ottobre e per il tempo che mi sembrerà opportuno. È una battaglia personale, che forse lascerà il tempo che trova, che forse denoterà una mancanza di fantasia da parte mia, ma che mi sembra doverosa. Chi ha voglia, nel frattempo, di continuare a intasare l’ufficio comando di comunicazioni più o meno futili, basta che mi scriva, è il benvenuto, che non si dica che non si guadagnano il loro stipendio zuppo di sangue.

Mi mancate tutti.

Salud y anarquìa,

Nat

Indirizzo attuale di Natascia: Natascia Savio, C. C. di Piacenza, strada delle Novate 65, 29122 Piacenza.


Appello della Cassa di sostegno per l’anarchico sardo prigioniero deportato Davide Delogu

Rinnoviamo l’appello al sostegno dell’Anarchico Sardo Prigioniero Deportato Davide Delogu. Si abbisogna di fondi per nuove spese legali che stiamo affrontando e per i suoi vaglia mensili. Davide ci comunica anche che persiste il suo sciopero dell’aria iniziato dall’ultimo trasferimento.

Qui di seguito il testo sulla cassa di sostegno:

Nasce la «Cassa di Sostegno per l’Anarchico Sardo Prigioniero Deportato Davide Delogu»

«La principale accusa contro di me è il tentato omicidio, con una sentenza di 12 anni. Durante questo periodo di morte imposto dallo Stato e dai suoi servi, è necessario essere parte attiva e integrante della lotta, tentando di andare contro questa attuale situazione di prigionia con tutti coloro che lottano per la resistenza in maniera progettuale» — Davide Delogu, 30 ottobre 2011.

«Il gesto più coerente per un prigioniero-a anarchico-a è l’evasione, noi abbiamo in questo momento un compagno sardo che sta subendo da anni la deportazione dal suo paese e la censura quasi ininterrotta per il suo tentativo di evasione, per la sua combattività e irriducibilità» — Alfredo Cospito.

Lo scopo di questo progetto è sostenere Davide sotto ogni aspetto della sua attuale condizione di prigionia e in ogni sua necessità, tramite versamenti di soldi mensili, pagamento delle spese legali e degli spostamenti per chi svolge i colloqui, così come in pacchi, libri e in quant’altro lui abbia bisogno. Abbiamo passato svariati mesi a ragionare su ciò, tra noi fuori da quelle infami mura e il nostro compagno Davide, e riteniamo una cassa specifica il modo più consono vista la situazione in cui il nostro compagno si trova da tempo.

Davide sta scontando una lunga condanna di 17 anni di carcere, in seguito al suo ultimo arresto avvenuto nel 2010. Dopo essere stato deportato dalla sua terra, la Sardegna, negli anni ha subito innumerevoli trasferimenti punitivi per le sue battaglie, è stato allontanato dalla sua famiglia e da chi svolgeva i colloqui, ha accumulato tantissime denunce interne, ha vissuto le tenebre dell’isolamento totale e il 14 bis in maniera continuata per più di due anni; e nonostante ciò, lui mai ha chinato la testa.

Davide in questi anni, non solo ha portato avanti una guerra senza esclusione di colpi contro il sistema carcere, ma ci ha dimostrato come la piena coscienza di una lotta anarchica rivoluzionaria indeterministica e senza mediazione alcuna continui a restare viva, nonostante la bassezza dei tempi in cui viviamo. Non si è mai sottratto dal continuare a dare il suo contributo teorico per quanto riguarda il contesto anarchico sardo e internazionale, come dal portare avanti azioni interne alle varie galere in cui è stato rinchiuso. Ad oggi il suo fine pena è previsto per il 2027, senza contare i vari processi che si trova ancora ad affrontare, uno tra i tanti quello in merito al tentativo di evasione dalla galera di Siracusa nel maggio 2017, che potrebbero portare a nuove condanne. Considerando ciò, riteniamo che un progetto di questo tipo ci permetta di riuscire a stargli a fianco con più costanza e a lungo termine, avendo un fondo cassa più sostanzioso per le varie spese odierne e future.

Sempri Ainnantis!

Alcuni Anarchici Sardi
17/11/2019

Il conto è intestato a: Laura Gargiulo
IBAN: IT27E0306967684510327514549
Per informazioni e contatti: sardegnaanarchica[at]tiscali.it

Sito internet: https://sardegnaanarchica.wordpress.com/

Indirizzo attuale di Davide: Davide Delogu, C. C. di Caltagirone, Contrada Noce, S. Nicola Agrò, 95041 Caltagirone (Ct).


«Solidarietà tra prigionierx anarchicx». Scritto di Francesca, arrestata per l’operazione Bialystok, di adesione allo sciopero del carrello in solidarietà con gli anarchici Giuseppe Bruna e Davide Delogu

Le condizioni detentive nelle prigioni italiane continuano a peggiorare; di fronte all’emergenza Covid-19 le richieste dellx prigionierx sono rimaste per lo più inascoltate, facendo nascere rivolte in decine di carceri, seguite poi da una forte repressione, con trasferimenti punitivi e procedimenti penali. In quelle rivolte, molti detenuti sono morti. La responsabilità di quelle morti è dello Stato. Le modifiche apportate dai sistemi carcerari dalla primavera scorsa in molti casi hanno significato una riduzione dei contatti con l’esterno, riduzioni delle attività, isolamenti, rendendo le condizioni detentive sempre più invivibili. Ad oggi, non ci sono segnali di miglioramento, nonostante ormai ci sarebbe stato tutto il tempo per agire di conseguenza alla situazione. Le nuove disposizioni non fanno presagire nulla di buono, con misure ancora più restrittive per le sezioni di alta sicurezza ed un ampliamento dell’utilizzo del regime 41 bis di tortura lenta che mira a piegare le strutture basilari delle identità individuali.

A fronte di ciò, chi osa essere contro le prigioni, contro lo Stato che le gestisce e la società che le necessita, chi porta avanti pratiche di solidarietà dentro e fuori le mura, viene sempre più spesso rinchiuso al di qua di queste. Le ultime inchieste anti-anarchiche sono chiaramente un modo per osteggiare la solidarietà con lx prigionierx, e lx prigionierx anarchichx.

Tra questx, alcune situazioni di prigionia spiccano per il loro carattere particolarmente punitivo e insostenibile.

Davide Delogu si trova infatti sottoposto a regime di 14 bis, per non aver mai abbassato la testa di fronte all’istituzione carceraria. Nonostante le sue richieste di trasferimento in un’altra prigione, non è stato trasferito ed anzi, la sua situazione si è aggravata.

Giuseppe Bruna si trova nella sezione protetti del carcere di Pavia da più di un anno, nonostante le sue ripetute richieste di trasferimento, il DAP dietro pretesti non l’ha trasferito.

Il sistema patriarcale su cui lo Stato e la società si reggono svela nel mondo delle prigioni i suoi aspetti più infimi e acuti: lo vediamo nelle peggiori condizioni in cui versano le prigioniere nelle carceri femminili in generale, negli stereotipi di genere a cui sono costrette, nelle logiche di infantilizzazione e psichiatrizzazione che sono loro imposte. Lo vediamo nel trattamento riservato alle compagne anarchiche, che vengono divise e sparpagliate nelle AS3 d’Italia, perché questa è la prima logica del patriarcato: dividere le donne, perché quando si uniscono fanno tremare il potere. Lo vediamo nel trattamento degli uomini con un orientamento sessuale non normativo, e in quello delle persone che non si riconoscono nel binarismo di genere imposto, a cui è riservato un posto tra infami, pedofili e stupratori.

Come anarchica non sostengo di certo la logica dei circuiti differenziali delle prigioni, come non sostengo la logica stessa della prigione, a cui mi oppongo e contro cui lotto. Perché ogni tipo di prigione venga distrutta.

Nel frattempo non starò immobile e zitta mentre dex compagnx anarchicx vivono delle condizioni insostenibili in altre prigioni.

Davide e Giuseppe lottano per il loro trasferimento in situazioni più vivibili. Io sono con loro.

Per questo, da lunedì 19 ottobre porterò avanti uno sciopero del carrello nel carcere di Latina dove sono rinchiusa.

Per un mondo libero dalle galere.
Per la solidarietà tra e con lx prigionerx.
Per l’Anarchia.

Fra

Indirizzo attuale di Francesca: Francesca Cerrone, C. C. di Latina, via Aspromonte 100, 04100 Latina.


Aggiornamenti sull’operazione Bialystok e adesione di Francesca allo sciopero del carrello

Riceviamo notizia del fatto che Fra si è unita allo sciopero del carrello in solidarietà agli anarchici Beppe e Davide iniziato il 19/10.

Comunichiamo anche che è stato fissato ed accettato il giudizio immediato per i compagni e le compagne colpiti/e dall’operazione ed attualmente in galera o ai domiciliari. Le indagini rimangono aperte per gli/le altre indagati/e che verranno in caso giudicati/e separatamente. La prima udienza in corte d’assise sarà a Roma il 14 dicembre 2020 alle ore 9:30.

Liberx tuttx!

Tratto da: https://roundrobin.info/2020/10/op-bialystok-aggiornamenti/ (20 ottobre 2020)


Assemblea a Mestre in solidarietà con Juan

Il 23 novembre comincerà, presso il tribunale di Treviso, il processo contro Juan Sorroche, compagno anarchico che da vent’anni partecipa alle lotte contro lo Stato e contro il capitalismo, subendo per questo diversi periodi di detenzione e tutt’ora prigioniero nella sezione AS2 del carcere di Terni. Juan è accusato di un’azione contro la sede della Lega di Treviso, avvenuta nell’agosto del 2018.

In un’epoca in cui il razzismo di Stato avanza con ferocia, in cui le lotte e la pratica dell’azione diretta sono sotto pesante attacco, non possiamo stare in silenzio.

Tenuto conto anche del fatto che il capo di imputazione è “strage” e che il processo si svolgerà con la giuria popolare, in una città dove la Lega domina da vent’anni, ci sembra fondamentale che attorno a Juan si sviluppi una solidarietà ampia e calorosa, nella più generale mobilitazione a sostegno dei tanti compagni e compagne sotto processo in questo periodo.

Per confrontarci sulle iniziative da costruire, compresa una presenza solidale il 23 novembre a Treviso, ci incontriamo sabato 31 ottobre, dalle ore 15:00 al Tuttinpiedi, piazzetta Canova 3 – Mestre.

Tratto da: https://ilrovescio.info/2020/10/22/assemblea-a-mestre-in-solidarieta-con-juan/ (22 ottobre 2020)

Indirizzo attuale di Juan: Juan Antonio Sorroche Fernandez, C. C. di Terni, strada delle Campore 32, 05100 Terni.


Lettera di Paolo Todde dal carcere di Uta, in Sardegna

SARDINNA NO EST ITALIA, 15/09/2020

Saluti a totus.

Non che le cose andassero poi così bene nel carcere di Uta prima del Covid-19, anzi, tra pestaggi razzistici, minacce più o meno velate… e di converso miserie umane, ruffianerie e codardie varie… le prime dei secondini, le seconde da parte nostra… questo era all’incirca l’andazzo in questo carcere, dove da quel che ricordo io (ci sono 35 mesi) solo e soltanto una volta c’è stata una protesta generalizzata (fine 2017, inizi 2018) perché da giorni non consegnavano il tabacco, perché se no la regola in quasi tutti i casi è sempre stata quella di TOKAD A FAI SU SHINPRU PO NO PAGAI DATZIU, cioè, bisogna fare i tonti per non pagare pegno. Sia chiaro, non tutti erano e sono così, però nella stragrande maggioranza così è se vi pare… non solo, coloro che invece sfuggono a questo andazzo sono ben conosciuti da tutte le componenti carcerarie e pertanto vige una regola non scritta che dice che si faccia di tutto affinché non si incontrino fra loro. E questo è un carcere dove la separazione abbastanza rigida della componente prigioniera è una prassi, accettata passivamente da tutti noi, anche perché in un luogo come questo tipo di carcere, uno dei pochi motivi di uscita dalle sezioni è più che altro fatto per “esigenze” da tossicodipendente.

Invece l’arrivo del ciclone Covid-19 ha portato un po’ di verve all’atteggiamento dei prigionieri alla/nella loro carcerazione, i primi sintomi di cambiamento si sono visti con il blocco dei colloqui in maniera repentina, lì ci sono state resistenze generalizzate con rifiuti al rientro in cella e poco più. In quella fase l’amministrazione carceraria (eravamo nella prima metà di marzo 2020) ha cercato di utilizzare la carota spacciando questa immotivata chiusura come temporanea, come un atto dovuto per difendere l’integrità sanitaria di tutti noi, visto che il problema di tutto ciò erano i nostri parenti, mentre tutti quanti loro (secondini, educatori, sanitari) entravano senza nessun tipo di protezione, e quindi i più presenti in carcere, però a detta loro – con fare strafottente – immuni dal Covid-19. Quando poi questo viene presentato al direttore, questi non sa che dire e fare… ci deve pensare… salvo poi (dopo uno scontro verbale con me) decidere che tutti loro dovranno potare le mascherine.

Questo viene imposto anche a noi, tanto che decidiamo che verranno date due mascherine alla settimana per tutti quanti… anche qui c’è un “rincorrersi” fra i prigionieri nel rispettare le regole, fra le poche eccezioni ci sono io che rifiuto di utilizzarla / indossarla… abdicherò soltanto quando verrà a colloquio L. nel mese di maggio, ma in tutte le altre situazioni terrò duro mai indossandola, perché poi quando fai colloquio con gli avvocati, tutte quelle rigide disposizioni anticontagio utilizzate nei colloqui con i familiari, vengono meno… pertanto, perché utilizzare le mascherine?

In quella fase di chiusura dei colloqui vengono allestite postazioni per le videochiamate, viene aumentato il numero di telefonate senza che non si creino momenti di attrito con alcuni secondini che pretendono di presenziare all’interno dei gabbiotti, per ascoltare ciò che si dicono in quel momento le persone in videocollegamento… questo, sia chiaro, non con la maggioranza dei prigionieri, ma con un’infima minoranza… almeno qui io ne sono fuori, visto che rifiuto di fare telefonate e videochiamate, penso di essere uno dei pochi, ma se non altro questo mi avvicina a tutti quei prigionieri maghrebini, di colore ed extracomunitari che non avendo utenze telefoniche a casa loro (Asia, Africa, Americhe ed Europa) sono privati i qualsiasi affettività.

Con la riapertura dei colloqui piano piano viene tagliato il numero di telefonate e videochiamate, da qui si risolleva la tensione e, a fine luglio, c’è un rifiuto di rientro nelle celle, come al solito l’ufficiale più alto in grado arriva con il suo codazzo di servi… ed anche in quella occasione ripartono con la solita tiritera che anche loro sono comandati, non possono venir meno a degli ordini superiori, però nel possibile cercheranno di esaudire le situazioni più complicate, e qui la componente prigioniera comincia ad ondeggiare. C’è qualcuno che fa finta di niente e cerca di mostrarsi duro e crudo, e altri invece pronti a rinchiudersi da soli in cella… è un teatrino il DIVIDE ET IMPERA ha fatto il suo effetto tanto che anche lì sono l’unico (nella mia sezione) ad avere uno scontro verbale con i guitti. Nella serata (questo lo saprò molti giorni dopo) un po’ di prigionieri alla coatta verranno prelevati per poter fare una videochiamata (pacificazione nel carcere) con i parenti.

E non pensiate che io non abbia sempre detto a tutti quanti che questo ondeggiare fra di noi non sia deleterio per una lotta comune (tra l’altro molto riformista)… a parole tutti ti danno ragione, ma nei fatti l’egoismo, la ruffianeria sono ben più forti di tutto quello che potresti “rubare” con una lotta (ripeto, riformista, di circostanza) a ranghi compatti.

Qua un po’ di prigionieri mi esortavano a scrivere una lettera da spedire al quotidiano di Cagliari (“L’Unione sarda”), cosa che io ho fatto (anche lì, a malavoglia) e che è stata controfirmata da oltre 50 prigionieri di varie sezioni… ebbene quella lettera è sparita, non è stata spedita e non so che fine abbia fatto. Piuttosto, chi doveva spedirla, ad un certo punto è stato messo a lavorare, ed oggi le poche volte che mi capita di vederlo, il tipo sfugge il mio sguardo pieno di astio. In tutte queste situazioni non è che siano mancate anche delle soddisfazioni, l’imparare a conoscere più a fondo le persone e pescarne (brutto termine) quelle ferme nelle loro convinzioni e per nulla pronti a tradire la parola data… certo, sono arrivate le minacce (non solo a me) di finire in 14bis, però anche questo si può risolvere.

Adesso la situazione è quella di un’attesa e penso che qualcuno stia covando qualche altra protesta… i motivi sono sempre gli stessi, molto personali, che in qualche modo cercano di rendere generali. Non so quanto tempo ci vorrà prima che il tutto riesploda, io cercherò di essere spettatore (dopotutto personalmente disinteressato) e so che come sempre ci ricascherò (è più forte di me), ma ormai ho fatto il callo a tutto… in tutto questo non mi aspetto nulla e so (almeno per ora) che i 5 anni di condanna li sconterò del tutto. Intanto nell’autunno e nell’inverno entranti come si evolverà la situazione fuori? Se, come penso io, la situazione andrà a peggiorare con il Covid-19, e quindi qua dentro la situazione riprecipiterà come nei mesi di marzo/aprile/maggio scorsi, in che maniera risponderà la componente prigioniera qua ad Uta? Non ho la sfera di cristallo, non credo alle carte, a maghi ed illusionisti da strapazzo, per tanto per ora mi tengo sulle mie, in seguito si vedrà.

Paulu Todde Fois
Presoneri indhipendhentista sardu

Tratto da: https://ilrovescio.info/2020/10/11/lettera-da-uta-da-paolo/ (11 ottobre 2020)

Indirizzo attuale di Paolo: Paolo Todde, C. C. “Ettore Scalas” — Uta, zona industriale Macchiareddu, 2° strada ovest Uta (SP1), 09010 Uta (Ca).


Mobilitazione in solidarietà con gli/le anarchici/che sotto processo | 9-24 Novembre 2020

Nei mesi autunnali saranno diversi i processi che coinvolgeranno centinaia di anarchici e anarchiche.

In queste inchieste PM e giudici vogliono processare l’ideale anarchico. Ridurre le differenti tensioni e pratiche in farraginosi schemi giuridici – come l’odiosa e patetica divisione tra un anarchismo “buono” e uno “cattivo” – ha lo scopo di reprimere con decenni di carcere chi lotta.

In un periodo storico in cui le condizioni di vita imposte sono sempre più dure è fondamentale lottare. Rispondere alla violenza dello Stato, al regime di oppressione che vorrebbe imporre e al tentativo di attaccare chiunque esprima solidarietà a chi ha già scelto da che parte stare.

Porteremo alle nostre compagne e ai nostri compagni vicinanza e complicità ma non solo nelle aule di tribunale: lanciamo due settimane di mobilitazione dal 9 al 24 novembre, un’occasione per creare momenti di solidarietà attiva nelle piazze, nelle strade e ovunque si voglia esprimere.

AL FIANCO DI TUTTE LE ANARCHICHE E GLI ANARCHICI SOTTO PROCESSO.

CONTRO IL CARCERE E PER LA LIBERAZIONE DI TUTTI/E I/LE PRIGIONIERI/E.
TUTTE E TUTTI LIBERI.

Aggiornamenti sulla repressione anti-anarchica e alcune lettere dalle carceri

Tratto da: https://roundrobin.info/2020/10/mobilitazione-in-solidarieta-con-gli-le-anarchici-che-sotto-processo-9-24-novembre-2020/ (11 ottobre 2020)


Aggiornamenti sul processo «Brennero 1»

Le prossime puntate del processo per la manifestazione del Brennero cosiddetto “Brennero 1” (primo troncone, con capi di imputazione “più lievi”, ossia travisamento, radunata sediziosa, interruzione di pubblico servizio…) sono le udienze del 30 ottobre e del 6 novembre riservate alle arringhe difensive. Sono state fatte le richieste da parte dei PM che variano dall’anno e due mesi all’anno e otto mesi, a parte per un imputato per cui sono stati chiesti otto mesi per travisamento. Ancora non si ha il verbale d’udienza con le richieste specifiche per ognuno e ognuna, seguiranno aggiornamenti.

Tratto da: https://roundrobin.info/2020/10/aggiornamenti-processo-brennero-1/ (12 ottobre 2020)

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