Italia: Quale internazionale? Intervista e dialogo con Alfredo Cospito

dal carcere di Ferrara. Terza parte (Vetriolo, giornale anarchico, n. 4, inverno 2020)

Ricevuto 06/04/2020

Italia: Quale internazionale? Intervista e dialogo con Alfredo Cospito dal carcere di Ferrara. Terza parte (Vetriolo, giornale anarchico, n. 4, inverno 2020)

Il testo che riportiamo qui è la terza e ultima parte di “Quale internazionale? Intervista e dialogo con Alfredo Cospito dal carcere di Ferrara”, pubblicata nel mese di marzo 2020 nel numero 4 del giornale anarchico “Vetriolo”. Le parti prima e seconda sono state pubblicate rispettivamente nel numero 2 (autunno 2018) e 3 (inverno 2019). Data la complessità e la vastità degli argomenti trattati e del testo stesso, non è stato possibile pubblicarlo integralmente in un solo numero del giornale e si è scelto di suddividerlo in tre parti. Tutto lo scritto verrà stampato in un volume di prossima pubblicazione.

Con l’occasione, segnaliamo e correggiamo un errore presente nella terza parte (invitiamo a fare attenzione a questo passaggio durante la lettura del giornale). L’errore si trova nella quarta colonna di pagina 11, righe 4 – 11. Per una maggiore comprensione riportiamo l’intera frase: «Questo concetto può riacquistare un senso, una sua concretezza, una sua attualità solo se accompagnato dalla «rivolta», dalla violenza. La «rivoluzione» si accontenta del “pathos” (sentimenti, passioni, fascinazione) e della “praxis” (azione distruttiva, la propaganda del fatto, la violenza)».

L’errore è nella parola «rivoluzione», cui bisogna sostituire «rivolta». Quindi la frase corretta è: «Questo concetto può riacquistare un senso, una sua concretezza, una sua attualità solo se accompagnato dalla «rivolta», dalla violenza. La «rivolta» si accontenta del “pathos” (sentimenti, passioni, fascinazione) e della “praxis” (azione distruttiva, la propaganda del fatto, la violenza)».

Per richieste di copie: vetriolo[at]autistici.org


Quale internazionale? Intervista e dialogo con Alfredo Cospito dal carcere di Ferrara. Terza parte

In alcuni tuoi recenti scritti hai voluto aprire un dibattito su: gruppi d’azione e di affinità, singoli individui che agiscono, rivendicazioni, modi di organizzarsi informalmente fra anarchici e propaganda attraverso l’azione diretta. Diverse sono le esperienze che arrivano fino ai giorni nostri, tante ed eterogenee nelle diverse tensioni dell’anarchismo. Non crediamo ci sia, per l’anarchismo d’azione, un’indisponibilità o impossibilità rispetto al contesto storico attuale. Gli anarchici, in diversi modi ed in ogni epoca, hanno sempre agito “ora e qui”. Vorremmo chiederti, valutando queste esperienze e modi diversi di agire e organizzarsi in maniera orizzontale ed antiautoritaria: si potrebbe dire che c’è, soprattutto in Italia, un pregiudizio ideologico rispetto a “organizzazione informale”, “gruppi anarchici”, “rivendicazione”? Altrettanto, il dibattito finito spesso in giochi di parole fini a se stesse, lontane dal poter confermare validità assolute o riscontri teorico-pratici riguardo “riproducibilità, informalità, anonimato”, è nel contesto italiano condizionato da calcoli di metodo, funzionali e producenti a priori, in una logica distorta di “fazioni”?

Il pregiudizio «ideologico» rispetto all’organizzazione informale qui da noi non è una novità. Anche se è indubbio che alcune concretizzazioni della pratica informale sono più accettabili da parte dell’anarchismo organizzatore “classico” rispetto ad altre. Le “piccole” azioni riproducibili contro le strutture del dominio non rivendicate, senza sigle di sorta, creano meno problemi rispetto ad azioni che mettono in pericolo la vita di uomini e donne del potere, soprattutto se queste vengono rivendicate con sigle che hanno una costanza nel tempo. Le prime rispetto alla seconde sono più accettabili dal “movimento” per il semplice motivo che danno adito a una minore e meno intensa repressione da parte dello Stato. Il rifiuto dell’insurrezionalismo o di esperienze informali come la FAI/FRI da parte dell’anarchismo “classico” viene quasi sempre motivato come rifiuto “etico” della violenza e nello specifico di certe azioni (attentati dinamitardi, incendi, pacchi bomba, gambizzazioni, espropri…). Per chi si definisce “rivoluzionario” è più che lampante l’ipocrisia di una motivazione del genere. La rivoluzione con il suo strascico tragico di guerra civile è tra gli eventi più violenti immaginabili e quando parliamo di anarchismo “classico” sociale ed organizzatore parliamo di compagni che non hanno mai messo in discussione il concetto di rivoluzione, di rottura violenta col sistema. Per chi non mette la violenza rivoluzionaria fuori dal proprio panorama ideologico, l’indignata opposizione verso certe pratiche ha le sue radici altrove, non nell’etica, ma nella paura. Paura della repressione, paura di perdere quell’immagine ingannevole (per quanto comoda) dell’anarchico ingenuo sognatore, vittima innocente ed inerme del sistema, che da Piazza Fontana in poi, in molti, qui in Italia, hanno usato come scudo nei confronti delle vicissitudini repressive. Un “santino” su cui un certo anarchismo “sociale” a tratti post-anarchico ha fondato il proprio “mito” e le proprie “fortune”. La lotta armata anarchica, per quanto minoritaria, ha messo in discussione questo “mito” soprattutto quando viene rivendicata con orgoglio in faccia ai giudici. Dobbiamo poi rassegnarci all’inevitabile: il pregiudizio “ideologico” nei confronti di “nuove” forme di lotta è nella natura delle cose. Ogni nuova forma di organizzazione “disorganizza” inesorabilmente le realtà preesistenti che hanno il suo stesso fine, spiazzandole e mettendole in discussione. La nascita di quelle che tu definisci «fazioni» è figlia di questa “disorganizzazione”, di questa conflittualità. La nostra storia è piena di lotte intestine tra compagni che in teoria (anche se con pratiche diverse) dovrebbero stare dalla stessa parte. Gli “insurrezionalisti”, alla loro comparsa, negli anni ‘70 e ‘80, subirono attacchi violentissimi, nei loro confronti fioccarono accuse infamanti. Lustri dopo, accuse dello stesso tenore non mancarono nei confronti dei compagni/e della Federazione Anarchica Informale. Detto questo, bisogna comunque dire che l’affermarsi del “nuovo” viene quasi sempre accompagnato da gesti di aggressività verso il “vecchio” e noi anarchici non facciamo certo eccezione. Altrettante aggressioni verbali nei confronti degli anarchici “ufficiali” non sono mancate («anarchici da salotto», «vigliacchi», «riformisti», «borghesi»…), niente di tragico, normali dinamiche (seppur sgradevoli e controproducenti) all’interno di un movimento, quello anarchico, traboccante di passioni e convinzioni contrastanti e (lasciatemelo dire) proprio per questo ancora vitale.

Tu sostieni che i dibattiti rischiano di ridursi a semplici «giochi di parole fini a se stessi» e che «riproducibilità, informalità, anonimato» sono lontani a riscontri «teorico-pratici» reali, minati come sono alla radice (a priori) da una «logica distorta di fazioni». Avresti ragione se tali pratiche non fossero mai state testate sul campo, ma in realtà una parte significativa di movimento le ha sperimentate per anni sulla propria pelle. Sono in prigione da anni per questo. Nel bene e nel male ho testato nella pratica, nella realtà, l’efficacia e le conseguenze di tali “concetti”. Ho goduto di vittorie esaltanti e sofferto sconfitte sconfortanti. Quando ci “sporchiamo” le mani con l’azione sono inevitabili gli alti e i bassi. Quando ci confrontiamo con certe dinamiche di conflitto non possiamo essere sicuri di nulla. Tutto è possibile, anche le cose più inimmaginabili si possono concretizzare come per magia. L’unica certezza che abbiamo è che solo scontrandoci concretamente col potere possiamo rielaborare, ampliare e migliorare la nostra azione e la nostra pratica, il resto è secondario. «Riproducibilità, informalità, anonimato», tre semplici parole che per me significano molto più che teorie astratte e cervellotiche. Sono il tentativo (non sempre riuscito) di essere coerente e di vivere la mia anarchia subito, ora.

La «riproducibilità» la collego a una sensazione: la gioia nel vedere le proprie pratiche (le azioni degli anarchici) sorprendere dilagando dappertutto. Negli anni ‘80 ho visto l’epidemia di abbattimenti di tralicci in tutto il paese, decenni dopo ho assistito, sgomento e pieno di entusiasmo, alle campagne internazionali e all’esplosione della FAI/FRI in mezzo mondo. Esperienze passate (troppo velocemente, a volte), ma che ti lasciano il segno di una vita piena, degna di essere vissuta, la vita di un anarchico d’azione traboccante di ottimismo. Sono soddisfazioni difficili da capire per chi non le ha vissute, ma facili da raggiungere, basta buttarsi nella mischia e passare dalla teoria all’azione, così si apre un mondo…

L’«informalità», per me, è soprattutto amicizia e amore tra compagni che condividono tutto, anche le delusioni (inevitabili nei rapporti umani, per loro natura volubili). Fratelli e sorelle in guerra uniti da una passione: la distruzione dell’esistente che basta a sé stessa e che non ha bisogno della costrizione di un’organizzazione. Una vita vissuta intensamente, un pugno di compagni che fanno della lealtà e del rispetto della parola data fortezza invalicabile, consentendosi sempre e comunque di resistere.

L’«anonimato» è libertà perché ci regala la possibilità di colpire ancora e ancora… E nonostante questo (soprattutto per questo) ci permette di continuare ad agire anche alla luce del sole, di non isolarci dal “movimento”, riducendo di molto il rischio di diventare “punti di riferimento”, “leader” che impongono la propria volontà per la maggiore esperienza e propensione all’azione, e poi bisogna sempre tenere in mente che la mancanza di autocritica rincretinisce alla velocità della luce. Per la breve e limitata esperienza che ho vissuto posso dire che nell’anonimato si vive una sorta di salutare “schizofrenia”. Una parte di te comunica con l’azione, un’altra parte di te vive la vita del “movimento” (con tutti i suoi scazzi), ma senza i riflettori puntati addosso, la tua parola vale quanto quella degli altri. I problemi (almeno nel mio caso) arrivano quando l’anonimato muore e subentra la necessità della “clandestinità”. Io quel problema non me lo ero mai posto seriamente. Dopo la gambizzazione di Adinolfi potevo scappare, avevo la possibilità di farlo, ma la paura di lasciare i miei affetti e la mia vita mi ha bloccato. In quel caso ti crei delle giustificazioni, ti autoconvinci che magari non ti arrestano. Dico questo per far capire che ognuno di noi ha i suoi limiti (anche grossi, come nel mio caso) che paga caramente. L’importante è imparare dagli errori, non nascondersi, non vergognarsene; è più importante riflettere sulle proprie mancanze che sui punti di forza, sui successi, solo così potremmo migliorarci.

Queste tre pratiche, negli anni, sono tutte state sperimentate sul campo ed anche se (a volte) hanno prodotto una «logica distorta di fazioni», rappresentano la parte più vitale e combattiva dell’anarchia, la sua concretizzazione nel mondo. Soprattutto quando questi dibattiti coinvolgono compagni che praticano l’azione, in quel caso acquistano un valore diverso, reale. Proprio per questo, anche tra coloro che praticano l’informalità, i contrasti, anche forti, non sono mai mancati. Non bisogna sorprendersi, soprattutto se pensiamo che quest’ultima (l’informalità) può essere caratterizzata da dinamiche diverse sia dal punto di vista “strutturale-organizzativo” che da quello “operativo”. Negli anni i maggiori contrasti si sono avuti sulla rivendicazione delle azioni e soprattutto sull’uso di sigle, in second’ordine sul concetto di “spettacolarizzazione” riferito a certe azioni accusate di non essere riproducibili. In realtà stiamo parlando di pratiche difformi che si pongono fini diversi non contrastanti, ma profondamente distinti. Che comportano atteggiamenti e scelte di vita opposte e che danno origine alle due facce dell’anarchia d’azione di oggi. Da una parte la concezione “anti-sociale” e “nichilista” che con la violenza dell’azione portata alle estreme conseguenze rifonda il “mito” dell’“anarchia vendicatrice”; i risvolti “sociali” della sua azione esistono ma si vedranno un domani, quando questo “mito” avrà fatto breccia nel cuore degli oppressi. Dall’altra parte l’anarchico “sociale”, l’insurrezionalista che pur di facilitare una crescita collettiva e quantitativa è disposto (ponendosi obiettivi intermedi in lotte specifiche) a limitare e calibrare la propria violenza distruttiva. Per capire meglio andiamo a vedere quali sono, nello specifico, queste differenze: dal punto di vista “strutturaleorganizzativo” sono notevoli, tra piccoli “gruppi di affinità” sparsi sul territorio che slegati tra di loro comunicano attraverso le rivendicazioni, promuovendo “campagne internazionali”, e “gruppi di affinità” legati a una specifica lotta sul territorio che si rapportano con “assemblee aperte” allargate alla popolazione e al “movimento”. Altrettanto radicali sono le differenze sul piano “operativo”. Da una parte azioni di violenza ed impatto forte che come obiettivo hanno la «propaganda del fatto», il semplice spargere terrore tra le file degli sfruttatori. Quindi un agire che non ha bisogno di scendere a compromessi, di mediare con l’esistente perché non si pone come obiettivo una lotta intermedia. Il suo unico fine (oltre al puro, benefico, godibile piacere della distruzione) è quello di rigenerare a qualunque costo il “mito” dell’“anarchia vendicatrice”, del “sol dell’avvenire”, della “rivoluzione anarchica”. Attraverso la «propaganda del fatto» fa rinascere questo “mito” riconquistando quella credibilità tra gli sfruttati che col tempo abbiamo perso. Credibilità che otterremo con azioni che non si porranno alcun limite perché avranno un solo obiettivo, quello profondamente etico di colpire duramente gli sfruttatori vendicando gli sfruttati. Quindi una pratica che fa appello al lato “nichilista”, “oscuro” dell’anarchia, vendetta, odio, violenza ed una forte irrazionalità dettata dal desiderio “folle” e coraggioso di libertà, a parer mio la parte più viva ed ottimista della nostra anarchia, quella che ci porterà alla rivoluzione. Dall’altra parte, l’insurrezionalismo (anarchismo sociale) con il suo legame col territorio, con le sue azioni che mettono i bastoni tra le ruote ai riformisti e gradualisti di ogni sorta. Azioni che come obiettivo hanno la concretezza immediata di una lotta specifica, che devono tener conto delle assemblee popolari e rapportarsi con la gente. Costringendosi a volte a graduare i nostri interventi per non correre il rischio di rimanere isolati, di essere messi fuori dai “giochi”. Azioni meditate e mediate dal contesto sociale che le circonda. La caratteristica di questo tipo di agire è di perseguire degli obiettivi che coinvolgano la vita concreta delle persone, legandole saldamente alla realtà di risultati immediati, seppur parziali che hanno il pregio di far comprendere alla gente il potenziale reale dell’azione diretta, del rifiuto della delega. Ambedue queste pratiche sono caratterizzate da un grande salto di qualità dal quale, secondo me, non si può prescindere, che le mette al di sopra di tutte le altre prassi anarchiche: l’azione distruttiva, l’azione armata, la messa in discussione del monopolio statale della violenza. Non si può che partire da questo per capovolgere, rivoluzionare il mondo perché il seme della sorellanza futura vive già oggi nella conflittualità e nel modo che abbiamo di organizzarla. Solo in un contesto di lotta, conflitto, possiamo assaporare immediatamente, oggi, la purezza di rapporti liberi, di amore, di solidarietà viva, rivoluzionaria. Il resto è compromesso, quieto vivere, alienazione, alla lunga resa. L’anarchia non vive in quello che diciamo o scriviamo ma in quello che facciamo. Piacerebbe dare per scontato che chi parla di certe pratiche le abbia vissute sulla propria pelle, ma purtroppo non è sempre così. Per questo (secondo me) dovremmo prestare più attenzione ai testi e alle riflessioni che troviamo nelle rivendicazioni. In quei casi non possiamo sbagliarci, chi le ha scritte ha agito mettendo in gioco la propria vita. Per forza di cose le sue parole hanno una materialità, una concretezza, un peso maggiore, sappiamo con certezza che chi le scritte è passato all’azione mettendo a rischio la propria esistenza. La forza della comunicazione attraverso le azioni risiede proprio in questo. Alcuni/e compagni/e definiscono le rivendicazioni inutili testi infarciti di demagogia, può essere, ma almeno in queste (per quanto “demagogiche” sembrino) abbiamo la certezza che le parole si portano dietro il “fardello” della vita vissuta, agita. Cosa che manca a molti testi infarciti di “splendida” letteratura ma effimeri perché privi di riscontro reale, staccati dalla lotta, lontani dalla vita.

Da un po’ di anni hai preso posizione “contro la rivoluzione”. Una posizione che immaginiamo hai maturato in carcere, dato che la rivendicazione del Nucleo Olga/FAI-FRI si conclude con una dichiarazione d’amore per la rivoluzione sociale. Crediamo di aver capito perfettamente la tua posizione, ovvero la provocazione “contro l’attesa della rivoluzione”, che significa il rimandare l’agire a tempi migliori, quando ci saranno le condizioni oggettive. Insomma l’attendismo in tutte le sue salse, per quanto cucinato con ricette rivoluzionarie. Finché rimane una provocazione, ci sta. Il paradosso dialettico: i rivoluzionari oggi sono dei riformisti. E’ efficace. Ma smette di essere efficace se si abbandona l’uso paradossale dell’espressione. Proviamo a spiegarci. E’ efficace contro l’anarchismo cosiddetto sociale – sociale, ma non classista – che fa “fronte” con un pezzo di borghesia per il successo su obbiettivi specifici (non fare un’opera, difendere dei diritti, ecc.), in attesa che le condizioni migliorino per la rivoluzione. Un po’ quello che si diceva ai tempi della guerra in Spagna nel 1936: prima vincere la guerra, poi fare la rivoluzione. E’ quindi efficace contro il frontismo che rimanda la rivoluzione, dopo aver risolto problemi più impellenti, per risolvere i quali per l’appunto, si fanno alleanze con quei soggetti che la rivoluzione dovrebbe invece sterminare. Allora ti domandiamo: non è come regalare la palla di gioco all’avversario? Cos’altro si dovrebbe aspettare per la rivoluzione? Il capitalismo non ha già distrutto abbastanza il nostro pianeta? Non ha già gravato a sufficienza sulle spalle di generazioni di sfruttati? Invece che dire che la rivoluzione è finita, sarebbe meglio difendere la necessità della rivoluzione qui ed ora, contro coloro che la vogliono riprogrammare in un futuro lontano per non disturbare i sonni tranquilli – per esempio – del vignarolo che non vuole un’opera sul suo campo, dove continuare a sfruttare i migranti come schiavi, ma teme la rivoluzione più di ogni altra cosa, dato che gli porteremmo via, come si suol dire, la casa e la vigna.

Saremo stavolta duri: il rischio, quando si afferma che la rivoluzione è finita, è che ci siano compagni talmente rincoglioniti – e ce ne sono, eccome – che non capiscono che questa è una provocazione, e ci credono davvero! Quindi le tue invettive contro la rivoluzione potrebbero non tanto spingere i compagni ad agire qui ed ora, ma a non agire affatto. I ribelli hanno bisogno di un sogno; perché finire in galera o farsi ammazzare?

Oltretutto oggi, dare addosso alla rivoluzione, non te la prendere, non è così originale. Cominciò nel 1992 Francis Fukuyama, con il suo saggio “La fine della storia”. Secondo il filosofo di regime americano tutto era finito: la democrazia, il capitalismo, lo Stato liberale avevano vinto per sempre. L’eterno incubo dell’eterno presente. Un paradigma filosofico-sociale che la società ha reificato in vari modi: dalla TV al consumismo del web, cambiano velocissimamente gli oggetti del consumo, ma sembra per converso di vivere sempre nella stessa epoca da trent’anni. E siccome gli anarchici, anche quelli che si professano più turgidamente antisociali, vivono in questa società e ne assorbono i vizi e le idee, ecco che molti anarchici hanno cominciato a pensarla esattamente come il sistema voleva che pensassimo: dagli articoli su “A-rivista anarchica” o “Umanità Nova” che pontificano sulla fine della rivoluzione sociale violenta, a cui andrebbe sostituito un anarchismo come idea culturale, kantiana, normativa… fino ad arrivare ai compagni un tempo combattenti oggi depressi, perché, talvolta, assenza di prospettiva rivoluzionaria significa anche assenza di fantasia progettuale. Io mi invento una serie di azioni anche perché c’è un progetto che stimola la mia mente…

Non ti sembra un errore esserti infilato, pur da tutt’altra ambizione, in questo filone?

Potrei per giustificare questa mia “rinuncia” alla «rivoluzione», citarti Camus: «Visto che non viviamo più i tempi della rivoluzione impariamo a vivere almeno il tempo della rivolta». In realtà sono d’accordo con lui solo su un punto: oggi sicuramente non viviamo il tempo della «rivoluzione», ma quello della «rivolta». Ma voglio che sia chiaro che la mia apologia della «rivolta» non è un ripiegamento, né l’invito ad accontentarsi di una mezza misura in un periodo di magra. Convinto come sono che non c’è «rivoluzione» senza una sequenza di rivolte innumerevoli che la precedono e preparano. Queste rivolte ci permettono sia di vivere, subito e pienamente, il piacere della nostra anarchia (siamo nati per questo, è la nostra natura) che di aprirci al mondo costruendo rivolta dopo rivolta, azione dopo azione, il “mito” del “sol dell’avvenire”, edificando mattone dopo mattone la nostra credibilità agli occhi degli oppressi senza la quale non potrà mai esserci una «rivoluzione» degna di questo nome. Il nostro ruolo, oggi, non può che essere questo: colpire, colpire e ancora colpire… Forgiando col sangue, sudore ed immenso piacere il “mito” dell’“anarchia vendicatrice”. Una rivoluzione anarchica è possibile. Dobbiamo solo trovare il coraggio e la forza di sostenere una tale immaginifica e utopica prospettiva che non ha niente di “ideologico” e “autoritario” proprio perché intrinsecamente immaginifica e utopica. Nella rivendicazione del Nucleo “Olga” questo ottimismo salta fuori con tutta evidenza traducendosi in una dichiarazione d’amore spassionata nei confronti della «rivoluzione sociale». In quel momento era (e lo è ancora, ma oggi lo faccio in maniera più articolata) importante rilanciare l’azione in prospettiva di un cambiamento e capovolgimento complessivo delle cose del mondo (rivoluzione sociale). Visto che nella tua domanda citi la rivendicazione della pistolettata contro Adinolfi lasciami dire che comunque quello scritto aveva dei grossi limiti. Era totalmente ripiegato su se stesso (indirizzato quasi esclusivamente al movimento anarchico), il discorso del nucleare veniva superficialmente affrontato e la questione della tecnologia, della “megamacchina” (per me adesso centrale) neanche sfiorata. La critica che all’epoca alcuni/e compagni/e fecero a quella rivendicazione di essere essenzialmente una sequela di accuse alle altre componenti del movimento conteneva delle verità. Quello che sto cercando di dirti è che col tempo le analisi si evolvono, l’importante è non mollare, non rimanere fermi al palo e soprattutto non cedere mai al potere che nel mio caso vuol dire non rinunciare (nella situazione nella quale mi trovo nemmeno sul piano teorico) allo scontro violento col sistema, alla lotta armata, costi quello che costi. Rimanere uguali a se stessi non è sempre una qualità, a volte equivale ad una sconfitta, ci rende prevedibili, in alcuni casi “folkloristici”. La coerenza non deve dire percorrere e ripercorrere sempre la stessa strada. Far ristagnare la propria strategia è di fatto un suicidio, e non apporta niente di nuovo alla lotta. L’essere rinchiuso in una cella non deve impedirmi di crescere e cercare percorsi nuovi. Per avere la forza di rilanciare basta mantenere salda la critica e l’ironia verso se stessi e il mondo. Autocritica e ironia: due anticorpi indispensabili per non trasformarci in fanatici, tromboni dell’ideologia. Non devi quindi sorprenderti se oggi mi contraddico con quanto sostenuto in passato, mettendo in dubbio la credibilità nelle nostre bocche dell’altisonante termine «rivoluzione», arrivando a sostenere, come ho fatto in questa intervista, che la «rivoluzione» come parola mi suona vuota e quindi “nemica”.

Questa sorta di “lesa maestà” è sicuramente una provocazione (come dici tu) però si porta dietro una “critica” sostanziale legata ad un mio tentativo di “analisi” della realtà che ha i suoi grossi limiti, ma che trova un suo senso tangibile nella pratica. Quasi tutti/e gli anarchici/e si riempiono la bocca di “rivoluzione”, non pochi agiscono di conseguenza colpendo strutture del potere, in pochissimi si spingono oltre colpendo uomini e donne delle gerarchie del dominio, ma anche in questi casi il suono di questa parola continua a stridere con la realtà, a suonare falso, fuori posto. Se vogliamo essere onesti dobbiamo dircelo, anche quando partecipiamo a sollevazioni e insurrezioni in paesi lontani, dando il nostro contributo generoso, sappiamo bene che per quanto giusta-giustissima sia la causa per la quale lottiamo, non porterà mai a una rivoluzione anarchica. Ci siamo convinti che con la “realtà” bisogna sempre scendere a compromessi, così tanto convinti che non è più la realtà che ci trasforma, siamo noi che le corriamo incontro adattandoci e rinunciando alla nostra idea estrema di libertà in vista di una “realtà” possibile, concreta. Così facendo ci appanniamo, ci annacquiamo, perdiamo la nostra carica utopica, rinunciamo alla «rivoluzione anarchica», prospettiva per noi ormai “fuori dal mondo”, “anacronistica”, impossibile da realizzare. Non ci crediamo più, questa è la verità, in fondo al nostro cuore, giorno dopo giorno, anno dopo anno il “realismo” ha minato le nostre certezze, scavando una voragine quasi incolmabile. Fortunatamente il da te citato Fukuyama aveva torto, i giochi non sono conclusi, la storia non è arrivata al suo capolinea. La storia dell’umanità (almeno finora) è sempre stata caratterizzata da salti in avanti, momenti storici in cui la rottura «rivoluzionaria» è inevitabile quanto inesorabile. Il mondo che ci circonda cambia sempre più velocemente ma la tecnologia che impazza non è ancora riuscita ad intaccare significativamente la nostra umanità, i nostri istinti, la nostra “anima”. Ma come abbiamo detto la posta in gioco si è alzata, adesso è in gioco la stessa sopravvivenza del genere umano e la stessa vita su questo pianeta. L’unica concreta possibilità che abbiamo di invertire questa tendenza è la «rivolta anarchica» con tutta la sua carica dirompente di sentimenti, passioni, irrazionalità, odio di classe, istinti antitecnologici contro il cosiddetto «progresso» scientifico. Non sarà la razionalità, la moderazione, l’equilibrio che ci salveranno ma l’irrazionalità delle passioni, dei sentimenti, odio, amore, rabbia, vendetta. Non è il tempo di edificare nuove società ma di distruggere quelle esistenti. E’ il tempo della rivolta, della “fascinazione” del “mito” della «rivoluzione anarchica». Sarà poi la «rivoluzione» a costruire, ad edificare, ma questo non deve riguardarci perché non c’è una rivoluzione in atto. Per questo oggi “la rivoluzione anarchica” suona anacronistica, un concetto fuori dal mondo. Questo concetto può riacquistare un senso, una sua concretezza, una sua attualità solo se accompagnato dalla «rivolta», dalla violenza. La «rivolta» si accontenta del “pathos” (sentimenti, passioni, fascinazione) e della “praxis” (azione distruttiva, la propaganda del fatto, la violenza). La «rivoluzione» è un concetto completo, complesso, ha bisogno anche di “ethos” (valori) e “logos” (strategia, razionalità). Con l’ethos e il logos non si costruiscono i “miti”, non si scatenano le rivolte, si fanno le rivoluzioni*. E le rivoluzioni arrivano solo quando le rivolte hanno aperto una breccia nel cuore degli uomini, delle donne, degli oppressi, degli esclusi. Ogni cosa ha il suo momento, ogni azione è figlia del suo tempo. La «rivoluzione anarchica» è figlia delle «rivolte anarchiche», figlia della nostra violenza rivoluzionaria. Non viviamo quindi in un periodo di crisi dell’anarchia ma di rigenerazione.

La «rivolta» e la «rivoluzione» sono legate a doppio filo, interdipendenti però interconnesse, sempre in sintonia. Dirò di più, la «rivoluzione» non deve farsi “status quo”, deve essere una sorta di rivolta permanente, di sperimentazione continua, “infinita”. Il “mito” è l’invenzione che ha per risultato la «rivoluzione». Del resto la “storia” e il “mito” hanno lo stesso scopo: «dipingere sotto l’uomo del momento l’uomo eterno»; le donne e gli uomini in rivolta distruttori e creatori di nuove società, di nuovi mondi.

Discutendo anche di alcune idee e concezioni anarchiche come quelle su cui riflettiamo in questa intervista, in questo dialogo, adesso il pensiero nostro va a finire anche su quei mezzi, su quelle pubblicazioni, che permettono la discussione delle idee e della prassi proprie dell’anarchismo, oltre a rendere possibile anche la propaganda o la diffusione delle stesse. Chiaramente tra propaganda e diffusione delle idee anarchiche esistono delle differenze sostanziali. La mera diffusione sembra lasci un senso di indeterminatezza. Allora ci chiediamo: che significato può avere, oggi, in un mondo dove chiunque è invitato a spargere la propria immondizia intellettuale e ad ammorbare con la propria cultura, con le proprie opinioni e considerazioni, diffondere le idee anarchiche? Invece, per quanto riguarda il termine e il concetto di propaganda, ci pare che questo, presso i contesti anarchici, abbia assunto una valenza pressoché negativa. Sembra che quasi si voglia dire che propagandare le idee anarchiche sia un fatto maligno poiché ciò corrisponderebbe a un tentativo di voler convincere o persuadere “la gente” («e poi la propaganda la fa il potere!»). Non la pensiamo alla stessa maniera. Vogliamo dare al termine quella valenza più profonda che unisce la possibilità di far conoscere le proprie idee anche per poter arrivare a possibili complici ad una agitazione costante volta a mantenere in fermento il pensiero anarchico, anche questo espressione del conflitto contro il potere, mai separato dall’azione.

La propaganda anarchica, cosa d’altri tempi, per qualcuno tramontata assieme a un’altra propaganda, quella col fatto. Sappiamo anche che a seconda del tempo i termini possono assumere valenze e significati ben differenti, ma non vogliamo fare troppi giri di parole. Insomma, per te che significato ha oggi la propaganda anarchica? E poi, pesantissimo, piomba un altro macigno: nell’epoca di internet, dei siti e dei blog, anche gli anarchici si sono “avventurati” (si fa per dire) nella rete – ciò ha avuto parecchie conseguenze nefaste, a nostro avviso. Tra queste, la quasi completa sparizione di pubblicazioni cartacee che non fungano da semplice contenitore e il totale affidamento a strumenti telematici per venire a conoscenza di una miriade di “notizie” e fatti differenti, inerenti il movimento anarchico. Inoltre, l’utilizzo di internet ha comportato una “internazionalizzazione” maggiore di alcuni aspetti della comunicazione tra anarchici, oltre ad aver dettato una nuova velocità nella comunicazione stessa. C’è chi pensa sia possibile un uso di tali strumenti che non comprometta eccessivamente le parole e il significato di ciò che affermiamo; e chi – come chi scrive – ritiene si tratti di strumenti e realizzazioni tecnologiche che sono usofrutto del potere. Resta un discorso gravoso su cui c’è molto da dire, e non solo. Tu cosa ne pensi?

«Diffusione delle idee» e «propaganda», «pensiero» e «azione», il cuore della coerenza anarchica, dell’agire anarchico dovrebbero sempre coesistere. Diffusione delle idee: il dibattito tra anarchici/e, l’approfondimento e l’evolversi delle nostre analisi, del nostro pensiero. La propaganda: l’apertura al mondo attraverso il fatto, l’azione, manifestazioni, scontri di piazza, azioni distruttive che parlano a tutti. Il potere in uno Stato democratico perseguita, contrasta la «propaganda» quando si fa azione, ma anche quegli anarchici/e che con siti e giornali incitano all’azione. Questo è indicativo di cosa teme il potere, teme le nostre parole quando con chiarezza fanno «propaganda», teme il pensiero che spinge all’azione, il pensiero che si fa azione. Quando poi la diffusione delle idee avviene mediante la «propaganda del fatto» agli Stati non rimane che cedere e perdere potere o reagire e reprimere con violenza. La diffusione del nostro pensiero iconoclasta in combinazione con la nostra azione rischia di diventare mortale per qualunque «potere» democratico o dittatoriale che sia perché non contempla l’edificazione di un nuovo Stato, di un “contropotere”. Per questo la repressione si scatena in maniera preventiva anche contro la semplice propaganda dell’azione fatta con i nostri scritti.

Non è detto che le idee, le intuizioni si forgino solo nell’azione, ma le riflessioni che le determinano devono avere una loro concretezza nell’osservazione dell’effetto che le azioni hanno sulla realtà. Ha ragione chi sostiene che la «propaganda» ha una brutta nomea data dal suo essere “strumento politico”, ma se la leghiamo all’azione questa acquista eticità, forza, bellezza. Dobbiamo essere pragmatici quando scegliamo uno “strumento”, mai prescindere dalla sua utilità. I tempi modificano l’armamentario a nostra disposizione, bisogna aggiornarsi, la nostra stampa (giornali, riviste) sono strumenti insufficienti a comunicare con le «masse», a milioni di oppressi. La “stampa” trova un suo senso quasi esclusivamente come “luogo fisico” di dibattito, evoluzione delle nostre idee e comunicazione tra noi. Non mi stancherò mai di ripeterlo, oggi, l’unico modo che abbiamo per raggiungere un consistente numero di esclusi è attraverso l’azione “esemplare”, l’azione distruttiva. Rivendicazioni, piccoli nuclei di compagni/e che praticano la lotta armata, compagni/e che scendono nelle strade portando conflitto, solo così riusciamo a bucare la cortina di silenzio che gli Stati erigono intorno al loro dominio. Non è sempre stato così, in un lontano passato la nostra stampa ha avuto una certa influenza sulle «masse», basti pensare alle decine di migliaia di copie che negli anni ‘20 del secolo passato si stampavano del quotidiano di Malatesta, “Umanità Nova”. L’ultimo tentativo generoso di costruire qualcosa di simile (almeno qui in Italia) è avvenuto negli anni ‘90, quando la parte più combattiva del movimento anarchico cercò di fondare un quotidiano, tentativo poi fallito per la repressione e per l’immane lavoro che sarebbe servito per raccogliere fondi, energie e competenze. Certo, dal punto di vista “culturale”, almeno dal ‘68 in poi l’influenza del pensiero anarchico e libertario è sempre stata forte nell’arte, nella sociologia, nell’antropologia… Ma questa è un’altra storia che riguarda la “carta stampata” ma anche quel tipo di anarchismo che più che combattere e distruggere il potere cerca di limitarlo, di mettere delle toppe, di migliorare le cose, non lo dico con disprezzo, semplicemente un’anarchia che non sento “mia”.

Tu mi chiedi se la tecnologia che usiamo per comunicare rischia di “compromettere”, di stravolgere nel profondo quello che vogliamo dire. Il dilemma che mi poni è di vitale importanza e io credo che ci sia del vero in quello che sostieni. Il rischio è effettivamente molto alto, ma se vogliamo essere incisivi ed efficaci con la nostra azione non possiamo fare a meno di sporcarci le mani con la tecnologia e quindi con qualcosa di veramente tossico e pericoloso. Tanto per scendere nel concreto, nello stesso modo in cui mi sono “sporcato” le mani con una pistola, “strumento di morte”, per portare a buon fine l’azione contro Adinolfi ho dovuto individuare in precedenza l’obiettivo, l’indirizzo… su internet, sono dovuto scendere a compromessi con la tecnologia. Per non parlare della “necessità” che a volte sentiamo di comunicare al maggior numero di compagni/e sparsi per il mondo, le nostre riflessioni, le motivazioni delle nostre azioni, le ondate repressive che ci colpiscono. L’uso di una semplice arma è molto meno tossico dell’uso del web, include meno rischi perché legato alla concretezza, alla materialità. Certo, anche in quel caso ci sono degli inconvenienti, corriamo il rischio di farci “affascinare”, condizionare dall’oggetto, dallo strumento, di farci prendere la mano dalla “violenza”, di cedere a derive efficientiste, specialiste, “militariste” ma non è niente a confronto del rischio che corriamo usando la tecnologia anche soltanto sul piano della comunicazione. Con il web e tutti i suoi “derivati” tecnologici rischiamo di staccarci totalmente dalla “realtà”, di diventare comparse in un videogioco, finendo per “vivere” in un mondo virtuale fatto di chiacchiericcio “sovversivo” che ci da l’illusione di fare, di agire, ma che in realtà ci neutralizza buttandoci tra le braccia del «potere» che lentamente (senza che neanche ce ne accorgiamo) ci fagocita, bruciando la nostra vita, il nostro tempo, non tanto diversamente da quello che avviene a un detenuto rinchiuso in una cella. Quanti compagni/e esauriscono la loro “rivolta” davanti una tastiera? Così facendo alienazione e insoddisfazione si alimentano a vicenda trovando un loro sfogo nell’aggressione di chi ci è più vicino. Le accuse di incoerenza, se non peggio, “cadono a pioggia”, la cosa veramente triste è che per molti è l’unico modo per sentirsi “rivoluzionari”. Incitamenti roboanti all’azione di una radicalità eccezionale, ma mai seguiti dai fatti, solo parole, perché tutto è inconsistente e fittizio, tanto abbiamo la scusa pronta: “la coerenza non è di questo mondo”. Ciò non toglie che il discorso sulla “purezza” del mezzo che si utilizza, se non affrontato nel concreto, rischia di diventare un po’ come quei discorsi teologici che i padri della chiesa facevano sul sesso degli angeli: una facezia, una cosa senza alcun collegamento con la vita vera. Bisogna quindi fare uno sforzo ulteriore ed entrare nello specifico, nel particolare, per esempio senza il web l’esperienza di lotta armata della FAI/FRI (per quanto limitata nel tempo sia stata) non si sarebbe mai potuta diffondere in mezzo mondo. Ad ogni azione ne corrispondeva un’altra in risposta in qualche parte lontana del mondo, questo senza coordinamento e organizzazione strutturata onnicomprensiva. In questo caso, “internet” ha permesso di escludere meccanismi autoritari evitando, grazie all’anonimato e alla non-conoscenza tra i vari gruppi d’azione e singoli, la nascita di leader e gerarchie. In una dinamica di questo tipo (priva di struttura organizzativa) il web diventa “importante” perché organico e strutturale alla stessa azione, né è in qualche modo “cassa di risonanza”, “spina dorsale”, se si spezza la comunicazione si “paralizza”, langue. Ricevere notizie (rivendicazioni) dagli anarchici/e dai paesi in rivolta ci permette di agire con più efficacia, con immediatezza, colpendo in loro appoggio a “casa nostra”, facilitando l’internazionalizzazione delle lotte.

Oggi non possiamo limitarci a scavalcare l’informazione, fittizia e distorsiva, del potere facendo “controinformazione”, bisogna andare oltre… E qui ritorniamo al titolo di questa intervista, “Quale internazionale?”. Come possiamo armonizzare le nostre forze e costruire quell’internazionale di cui (come già detto più volte) sentiamo il bisogno? La circolazione delle notizie a cui seguono le campagne internazionali d’azione è un primo passo, difficile da realizzare senza la comunicazione via “internet”. Non per nulla, quando in un paese si rischia un’insurrezione, il «potere» immediatamente censura e chiude il web. Lo scontro, la rivolta naturalmente si sviluppa nella strada, tra la gente, è guerriglia portata avanti dal “popolo” in armi. Non basta la “controinformazione”, questa diventa rivoluzionaria quando alimenta l’azione, quando diventa strumento per i nuclei d’azione permettendo loro di armonizzare i propri attacchi e innescare l’insurrezione generalizzata. Solo agendo in questo modo possiamo abbozzare «un’internazionale anarchica», più semplici saranno le sue dinamiche operative più efficace sarà la sua azione e più probabilità avremo che incida realmente sulla nostra vita.

Uno “strumento” elementare, adattabile alla realtà, in continua evoluzione, credo che dovremmo concentrarci su questo obiettivo. La FAI/FRI è stato uno dei tentativi di concretizzare un tale “progetto”, un tentativo nato dalla crisi di questo mondo, in maniera spontanea e naturale senza capi e teorici, dalla volontà e l’azione di centinaia di anarchici/e in mezzo mondo. Io sono fermamente convinto che un giorno un’“internazionale nera” sorgerà, come per magia, dalle ceneri delle tante sconfitte che come anarchici/e abbiamo subito nella storia, e quel giorno verrà alla luce un ossimoro, un’organizzazione senza organizzazione, e sarà meraviglioso…

Nota: Le mie riflessioni sull’ethos, pathos, praxis e logos mi sono state ispirate da Amedeo Bertolo in “Pensiero e azione. L’anarchismo come logos, praxis, ethos e pathos”. Spero che nessuno se ne abbia a male vista l’“abissale” distanza tra il mio terrorismo anarchico e la sua anarchia creatrice. Il bello dell’anarchia risiede proprio nel fatto che nel corso della sperimentazione di nuove strade, a volte, anche, gli “opposti” si sfiorano. Bertolo cercava il “giusto equilibrio” tra queste forze, io penso che solo dal cozzare di queste possa nascere il nuovo, perché la vita è contrasto: razionale e irrazionale, odio e amore, tutto meno che mortale statico “equilibrio”. L’armonia è figlia dello “squilibrio”, del caos.

Tratto dal numero 4 del giornale anarchico in lingua italiana “Vetriolo”, marzo 2020.

[Ricevuto via e-mail].

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